giovedì 12 giugno 2014

Me & my baby

Un romanticismo al ferro e agli ottani spiegato a fatica sulla carta anzi nei byte.
Collezionisti ce ne sono sempre stati, di svariati oggetti impolverati o guizzanti, di trenini, bambole di porcellana, penne con le donnine annacquate, rasoi e serbatoi, ma l'emozione del motore, irrazionale ed inspiegabile, affascina ancora e di più.
Cosa ci sia nel ferro, nei cavi, nell'odore che evapora dal serbatoio appena rifocillato io non riesco a dirlo. E' movimento nel rumore, un corpo che vibra assieme al metallo mentre i capelli inseguono il vento e la sciarpa fa il balletto nello specchietto assieme al panorama. E' sentire l'erba appena usciti dal caos caldo della città, il rinfrescarsi dell'aria vicino ai corsi d'acqua, gli insetti davanti al faro alla sera. L'essere seduti ma in corsa, la sfida dell'equilibrio continuo, l'aggiustare le traiettorie, la musica del gas e la strada che corre sotto gli anfibi.
Le nuvole sul serbatoio, lo stare fuori dalle scatolette che ci mette attorno la società, la solitudine delle proprie riflessioni, l'allontanamento dalla banalità.

***
Il mio debole per le moto è stato evidente da subito, ma detestavo fare la zavorrina perchè volevo guidarle. Sarà capitato due volte in tutto, poi ho capito che il sedile posteriore non era posto per me. Ho cominciato coi motorini di cugine e amici, ma ho potuto permettermi una moto molto tempo dopo, a 38 anni.
Una somma di denaro mi si è presentata alla porta come premio lavorativo, e pensandoci qualche minuto l'unico pensiero è stato "adesso mi compro la moto". Mai guidata una moto con le marce prima, a parte una Vespa finita contro un muro, ma quella non è una moto.
Avendo disponibilità economica avrei comprato una Harley. Ma non l'avevo.

Vagliati vari annunci eccola. Bellissima. Proprietaria una donna. Tenuta benissimo. Chiedo ad un mio amico biker  di accompagnarmi come sempre ad "esaminarle". Questa volta non ha detto "è pazzesco" in senso profondamente dispregiativo, ma stava in silenzio. La sua si chiama Principessa, e a quella avevo già trovato in cuor mio un nome adatto, "Bitch". Tre proprietari, tanta esperienza in viaggio, mi sembrava adatto ed ironico.
Pochi giorni dopo era mia.
Senza patente però non potevo e non sapevo guidarla, quindi con l'inseparabile (e paziente) Crash e Reef siamo andati a prenderla per portarla a casa. Lacrime della proprietaria, un stretta al braccio dopo avermi preso da parte "fai attenzione, la strada è pericolosa, ho perso tanti amici". Toccatina virtuale e via, è cominciata la nostra storia insieme.

Nel mio garage la guardavo con sospetto, enorme desiderio e curiosità. Le giravo attorno, la annusavo, mi spazientivo nel non poterla usare. Prendere la patente è stato facilissimo. Se hai già ben chiaro il concetto delle marce, e ti piace guidare, come a me, è una passeggiata.
Le custom sono per me le uniche moto possibili. La parola "moto" nella mia mente fa apparire solo una custom, non esiste che io compri o guidi un altro genere di due ruote.
On a steel horse I ride, diceva Bon Jovi, ed è l'amore per il "ferro" che mi ha condotta tra queste righe a raccontare di lei, la mia Yamaha Virago 535. Nera.
Nel 2012 m'ha preso una follia. Ho trovato questo negozio-officina, Custom Street Bike, cercavo degli specchietti nuovi, perchè i suoi originali sono delle orecchie di Topolino. In loco chiedo informazioni e dagli specchietti sono passata alla verniciatura, al cambio dei cavi, ai raiser, un dissanguamento che è valso ogni centesimo pagato per un anno intero, a rate.

Detesto chi corre con la moto. A me piace usarla qualsiasi sia il luogo dove mi porta. Non ho la malattia "sempre in moto" o del "viaggio ad ogni costo", perchè amo anche le quattro ruote (specie le vecchie signore americane e le Mustang di qualsiasi età), nè intendo convincere qualcuno che sia il migliore mezzo del mondo.
Adoro stare con lei e la uso quando posso. Non ho mai fatto un viaggio lungo, ma non importa, ogni rapporto con la moto è personale ed imprevedibile e guai se seguisse dei cliché: come in ogni amore ognuno ci mette quel che vuole dedicandocisi a sentimento.
Confesso, anche se non dovrei farlo, di mettere le cuffie sotto il casco con la mia musica. A volume basso, appena percettibile. Ho vitale necessità della mia soundtrack fuori casa, sempre.

Si parla sempre della poesia della moto, di quant'è bello, epico. Ma delle figuracce o delle cose buffe si parla poco.
La mia caduta da ferma nel corridoio del garage ad esempio con bacio del pavimento carpiato, incrinatura di due costole, ginocchio e caviglia ammaccate assieme all'onore che si è andato a nascondere.
Episodi che ti riportano alla realtà a muso duro, perchè chiunque salga su una moto si sente un guerriero invincibile, la realtà è invece che bisogna avere rispetto. Della sua pericolosità, della sfida che affrontiamo ogni giorno conoscendola, della strada.
Rispetto senza paura perchè la paura fa commettere errori. Rispetto e conoscenza del mezzo, ma soprattutto accettazione dei propri limiti.

Essendo donna ancora incontro pregiudizi, come anche ammirazione.
Chi si arrovella su come sia possibile che al posto di sognare pannolini e abito bianco preferisca la moto o la fotografia o la musica. Alcuni restano affascinati, ma la maggiorparte non riesce a smettere di dirti quanto sia facile cadere, che l'amico dell'amico si è scatafasciato di recente, che metto la vita in pericolo. Liberissimi di pensarla così, solo che non sempre dare fiato alle trombe è cosa utile ed opportuna.

Sto mettendo insieme un po' di canzoni che parlano di moto, accetto copiosi suggerimenti, ma non Vasco Rossi e tanto meno musica italiana. Ho una primitiva forma di snobismo musicale che mi impedisce di ascoltare musica italiana salvo rare eccezioni.
Andare in moto con la colonna sonora dei Warriors è un'esperienza ascetica intraducibile in italiano.